Masao Yamamoto. Collecting memories

_contest-01.jpg

read the Italian text

So far the only thing that could soothe me during my most anxious times was a long walk to the sea. Since I redescovered the visual poetry of Masao Yamamoto, they became two. Looking at his pictures is a bit like squinting at the sun, when everything is in high contrast and blurred at the same time – pure light and shadow.
It’s almost impossible to stop looking at them. I float from one to the other, following an invisible thread of aestethic and poetic associations, retracing in each one of them the beauty and the imperfect. And all of this eases, as much as the noise of the hair dryer, the fingers through your hair, the sound of the waves. 

Yamamoto, a painter who gracefully slided into the world of photography, doesn’t solely take pictures. He collects memories, visual haikus that can be ordered and placed in different combinations. “In the past, when I was a child, I collected insects. I have a tendency to collect things. As an adult, instead of killing the insects, I began to take photos of them to collect the images” 

His pictures, that he himself defines so small that sometimes you cannot figure out what you’re looking at, is part of a longer narration, chapters of a whole story that doesn’t have a beginning nor an end and that has its own meaning as much as its single parts. Every subject is a “memory fallen out of someone’s drawer”, belonging to the whole, to that stream of consciousness where details are either contemplated or completely ignored, on the discretion of the beholder’s eye. “A good photo is one that soothes. Makes us feel kind, gentle. A photo that gives us courage, that reminds us of good memories, that makes people happy”. 

But the memories Yamamoto talks about are not fleeting, you can touch them. Every single picture is also a precious object that perfectly fits the palm of a hand – because if we can hold a picture in our hands, we can grasp its souvenir, weight its value, make it ours.

Just like a memory takes root with the passing of time, Yamamoto artificially ages his pictures bringing them in his pocket, rubbing them with his hands, tearing them, leaving behind the marks of time that passes by, that changes and transforms, according to the true spirit of wabi-sabi. In this process of forgetting/production of memory, every shot becomes itself essence of the past and retains inside more stories which belong to completely different moments – chinese boxes where the vacuum, the fullness and the self find the space to cohexist.


Masao Yamamoto. Collezionando memorie

Finora l’unica cosa che riusciva a calmarmi nei momenti di piena era una passeggiata al mare. Da quando ho riscoperto la poesia visuale di Masao Yamamoto sono diventate due. Guardare le sue foto è un po’ come strizzare gli occhi nel sole del mezzogiorno, quando tutto diventa contrastato e sfocato allo stesso momento – luce e ombra, pure.

È quasi impossibile smettere di guardarle. Passo da una all’altra seguendo un filo invisibile di associazioni estetiche e poetiche casuali, rintracciando in ognuna il bello e l’imperfetto. E tutto questo calma, tanto quanto il rumore del phon nel dormiveglia, le dita tra i capelli o il suono delle onde. 

Yamamoto, pittore scivolato dolcemente nel mondo della fotografia, non scatta solamente immagini. Colleziona memorie, haiku visuali che possono essere ordinati e sistemati secondo infinite combinazioni. “In passato, quando ero bambino, collezionavo insetti. Ho una tendenza a collezionare cose. Da adulto, invece di ucciderli ho iniziato a scattare foto di questi insetti per collezionarne le immagini” 

Le sue foto, che lui stesso definisce talmente piccole che a volte é quasi impossibile capire cosa si stia contemplando, appartengono ad una narrazione più lunga, capitoli di un’unica storia che non ha né inizio né fine e che ha senso di per sé né più né meno delle sue singole parti.

Ogni soggetto é una “memoria uscita dal cassetto di qualcuno”, fa parte del tutto, di quel flusso continuo di coscienza in cui i dettagli sono fatti per essere contemplati o ignorati completamente a discrezione dell’occhio di chi guarda. “Una buona fotografia è quella che cura. Che ci fa sentire gentili. Una foto che ci dà coraggio, che ci rammenta le belle memorie, che rende le persone felici”. 

Ma le memorie di cui parla Yamamoto non sono solo sensazioni, sono tangibili. Ogni singola foto è anche un oggetto prezioso che sta perfettamente nel palmo di una mano – perché se possiamo tenere una foto in mano, possiamo anche trattenerne il ricordo, soppesarne il valore, farlo nostro.

Così come una memoria si radica con il passare del tempo, Yamamoto invecchia artificialmente le sue foto portandole in giro con sé, sfregandosele tra le mani, consumandole, segni del tempo che passa, che cambia e trasforma, in pieno spirito wabi-sabi. In questo processo di dimenticanza/produzione di memoria, ciascuno scatto diventa materia stessa del passato e racchiude al suo interno più storie che appartengono a momenti completamente diversi – scatole cinesi dove il vuoto, il pieno e l’Io trovano lo spazio per coesistere.

This article appeared on Polpettas.com on june 2017

Alice Spadaro